GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI

Un poeta italiano che con i suoi Sonetti romaneschi raccolse la voce del popolo della Roma del XIX secolo.


Giuseppe Gioacchino Belli


Giuseppe Gioacchino Belli Nacque a Roma nel 1791 da una famiglia benestante, la madre era Luigia Mazio ed il padre Gaudenzio Belli.
Nel 1798 i francesi occuparono Roma e la famiglia del Belli si rifugio' a Napoli.
Una volta ristabilito il potere pontificio tornarono a Roma, ma nel 1800 si trasferirono a Civitavecchia, dove il padre Gaudenzio trovo' lavoro.
Ma dopo la morte del padre a causa di un epidemia di tifo nel 1802 la famiglia tornò a Roma e si stabili in via del Corso.
Nel 1806 morì anche la madre e Giuseppe Gioachino dovette interrompere gli studi per impiegarsi in brevi e mal retribuiti lavori.
Tra un impiego ed un altro incomincio' le prime prove poetiche e letterarie e scrisse negli anni successivi le ottave La Campagna, un componimento scolastico sulla bellezza della natura, le Lamentazioni, poemetto di nove canti in versi sciolti, con atmosfere notturne, la Battaglia celtica e La Morte della Morte, un poemetto scherzoso in ottave.


Osteria

"Dal dipinto di Carl Heinrich Bloch - In un osteria romana."


Nel 1812 Belli entrò nell' Accademia degli Elleni fondato nel 1805 ma nel 1813 dopo una scissione il Belli prese parte all' Accademia Tiberina.
In quell' anno scrisse diverse opere tra cui un poemetto di due canti in terzine ad imitazione del Monti, il convito di Baldassare ultimo re degli Assirj, Il Diluvio universale, L'Eccidio di Gerusalemme, La sconfitta de' Madianiti, dei Salmi tradotti in versi sciolti e dei sonetti dedicati all'amico Francesco Spada.
Nel 1815 si dedico' al teatro e scrisse le farse I finti commedianti e Il tutor pittore ed I fratelli alla prova.
Nel 1816 pubblicò in terzine La Pestilenza stata in Firenze l'anno di nostra salute MCCCXLVIII e nel 1817 A Filippo Pistrucci Romano.
Il 12 settembre 1816 il Belli si sposo' con Maria Conti una vedova benestante e si trasferi' in casa Conti a Palazzo Poli, presso la fontana di Trevi.
Il Belli inizio' una serie di viaggi che lo portarono a visitare Venezia, Napoli, Firenze e fondamentale per il suo sviluppo artistico Milano.



Dipinto del Pantheon

"Scorcio di Roma dell'ottocento."


A Milano tornò nel 1828 e nel 1829 e conobbe le opere di Carlo Porta e comprese la dignità del dialetto e la forza satirica che il realismo popolare era capace di esprimere.
Fu segretario ed in seguito presidente dell' Accademia Tiberina e fu responsabile della censura artistica e come tale si trovò a vietare le opere di William Shakespeare.
Pochi anni dopo, in una lettera indirizzata al principe Placido Gabrielli il Belli spiegava la sua concezione del romanesco, definendola «favella non di Roma, ma del rozzo e spropositato suo volgo».
La lettera faceva seguito alla richiesta, inoltrata su incarico di Luigi Luciano Bonaparte, zio materno del principe, di tradurre in romanesco il Vangelo di Matteo ed è oggi considerata un testo-chiave per comprendere la figura del poeta romano.
Giuseppe Gioachino Belli morì nel 1863 e fu sepolto a Roma, al cimitero del Verano. Nel testamento aveva disposto che le sue opere venissero bruciate, ma il figlio non lo fece, consentendo così che fossero conosciute da tutti e per sempre.